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L’omicidio di Pio La Torre fu un favore ai servizi segreti

nino mannino-Redazione– Una memoria che è un archivio vivente e che può pescare facilmente nel prima e nel dopo quel 30 aprile 1982, quando il segretario del suo partito, Pio La Torre, venne assassinato dalla mafia.

Nino Mannino, 77 anni, comunista del secolo scorso, quando la politica era altra cosa, ricorda la rabbia. “Quel giorno avrei voluto fare secchi Lima e Ciancimino, non certo Michelangelo Russo come insinuò qualcuno quando mi vide girare negli uffici con la pistola in pugno. Già allora prese forma una certa antimafia che pensa di avere l’esclusiva del sentimento antimafioso”.

Già, la deriva dell’antimafia, dalle battaglie di La Torre fino agli arresti e agli indagati eccellenti di oggi: “Denunciai che Helg aveva affittato un capannone dal capomafia di Carini, ma nessuno volle ascoltare. Il fatto è che noi comunisti la mafia la conoscevamo: gli edili sapevano chi erano i costruttori mafiosi, i contadini sapevano chi erano i campieri. Gli intellettuali non potevano saperlo”

C’è una cosa che sorprende in quelli che hanno fatto politica nel secolo scorso: la memoria. Una macchina perfetta, in grado di fermare per sempre luoghi, persone, fatti.
Nel lunghissimo archivio della sua memoria c’è un posto di riguardo per Pio La Torre, il segretario del Pci ucciso dalla mafia il 30 aprile del 1982. Di La Torre, Nino Mannino fu prima allievo (all’inizio degli anni Sessanta uno era segretario regionale del partito e l’altro militava nella federazione giovanile), poi “oppositore dialettico” (quando, nel 1981, La Torre tornò in Sicilia e riprese la guida del partito,

Mannino era tra quelli che propendevano per un’altra soluzione), infine collaboratore fidato (era tra i dirigenti al suo fianco nell’esperienza chiusa dai fucili mitragliatori di Cosa nostra). Così, nella sua gigantesca memoria, il giorno in cui uccisero Pio La Torre è dolorosamente segnato in modo indelebile.

E rivela.

La mafia fece un favore a qualche servizio segreto e con l’occasione si tolse un sassolino dalla scarpa. I mafiosi, come emerse poi al processo, avevano avuto assicurazioni che la legge ideata da La Torre sulla confisca dei loro patrimoni non sarebbe mai stata applicata. L’interesse principale all’omicidio era un altro. Marino Mannoia ne parlò con un giudice Usa”.




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