LA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIA LA REGIONE LOMBARDIA: ILLEGITTIMA LA LEGGE ‘ANTIMOSCHEA’

La Corte Costituzionale boccia la Regione Lombardia: illegittima la legge ‘antimoschea’

Stefano Fernando Mimmo Lo scorso 24 marzo, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime le previsioni contenute nella Legge della Regione Lombardia dell’11 marzo 2005, n. 12, “Legge per il governo del territorio”.

Le norme del legislatore lombardo imponevano alle confessioni religiose, non dotate di Intesa con lo Stato Italiano, il rispetto di alcuni requisiti affinché fossero estesi anche ad esse i benefici connessi all’edilizia di culto accordati alla Chiesa Cattolica e alle confessioni dotate di Intesa. Si richiedeva infatti che la confessione religiosa fosse dotata di una presenza “diffusa, consistente ed organizzata a livello territoriale”, di un “significativo insediamento nell’ambito del comune nel quale vengono effettuati gli interventi”, di uno statuto che esprimesse la finalità religiosa dell’ente, e che la confessione rispettasse i principi e i valori della Costituzione.

La Corte Costituzionale ha rilevato come l’art. 19 Cost., che sancisce il diritto di tutti di professare liberamente la propria fede religiosa, in forma individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, prevarrebbe sugli articoli 7 e 8 Cost., che subordinano la concessione di determinati benefici – tra cui gli incentivi alla edilizia di culto – alle sole confessioni Cattolica e a quelle che hanno stipulato Intese con lo Stato Italiano. Inoltre, sostiene la Corte, il legislatore regionale non potrebbe inserirsi nei rapporti tra Repubblica e confessioni religiose, essendo questa una prerogativa esclusiva del legislatore statale.

Occorre però fare chiarezza sui principi regolatori della materia. Nel 1929 Mussolini stipulò con la Chiesa Cattolica gli accordi che avrebbero dovuto disciplinare i futuri rapporti tra lo Stato Italiano da un lato, e la Santa Sede e la confessione cattolica dall’altro, i Patti Lateranensi.

La religione Cattolica divenne Religione di Stato. Tra i benefici concessi alla Santa Sede, fu previsto quello per cui lo Stato si impegnava a fornire alla Chiesa Cattolica contributi economici per la costruzione degli edifici di culto.

Con il successivo avvento della Costituzione repubblicana, la neonata repubblica affermò con forza la propria laicità – la religione cattolica cessò di essere Religione di Stato – e si impegnò a garantire l’effettività del diritto al culto di tutte le confessioni religiose. A dir la verità, non proprio di tutte: solo di quelle che avrebbero in futuro stipulato con lo Stato Italiano un’Intesa.

Inoltre, venne graduata gerarchicamente la posizione delle confessioni: la Chiesa Cattolica stava sul gradino più alto, sul gradino appena sotto le religioni con Intesa, ed in fondo quelle senza Intesa.

Chiariamoci subito: effettività del diritto al culto e diritto a professare liberamente il proprio culto sono due concetti giuridici diversi. Nel primo caso, lo Stato decide di tenere un atteggiamento positivo, attivo, sostenendo economicamente le confessioni religiose, per esempio appunto finanziando la costruzione di nuovi templi religiosi (edilizia di culto). Nel secondo caso, invece, lo Stato tiene sì un atteggiamento attivo, ma nel senso di attivarsi per garantire la libertà di culto, ma non il suo sostentamento e/o incentivo economico.

Su tale distinzione fughiamo sin d’ora ogni dubbio. Ci si deve allora chiedere come mai la Costituzione Repubblicana, frutto dell’Assemblea Costituente del 1947 – all’interno della quale erano rappresentate tanto le forze politiche cattoliche quali la Democrazia Cristiana, quanto le forze a maggiore tendenza laicista, come il Partito Comunista e il Partito Liberale -, pur sancendo il principio di laicità dello Stato, decise di mantenere comunque un regime differenziato tra le varie confessioni, in particolare distinguendo quelle con Intesa da quelle senza Intesa.

La ragione è semplice: la Repubblica voleva riservarsi il diritto di esercitare un controllo preventivo circa i requisiti che la confessione religiosa deve avere non per essere – si noti bene – tollerata e garantita nella sua libertà dallo Stato, bensì incentivata (anche economicamente) a svilupparsi sul territorio, ad esempio attraverso il finanziamento della costruzione degli edifici di culto. Requisiti, tra l’altro, che coincidono con quelli richiesti dalla legge lombarda oggi oggetto di censura, primo tra tutti il rispetto della Costituzione.

Il procedimento, molto complesso, di stipulazione di un’Intesa con una confessione religiosa deve partire necessariamente dall’impulso del Governo. Orbene, in Italia numerose confessioni sono dotate di Intesa: a titolo di esempio, quella ebraica, quella valdese, quella metodista, etc.

La religione musulmana in Italia, e chi la rappresenta, non è dotata di Intesa. Ciò non certo per motivi razziali, ma perché alcune regole dell’Islam confliggono con una serie di diritti che per il nostro ordinamento sono irrinunciabili: la parità tra uomo e donna, la parità tra coniugi, l’obbligo di monogamia e fedeltà coniugale, l’affido condiviso dei figli in caso di separazione, la previsione di una procedura giudiziale per il divorzio, il ripudio di pratiche sessuali mutilanti, la sensibilità verso gli animali, etc. Per concludere, nella sua sentenza la Corte Costituzionale critica la scelta della regione Lombardia di operare lei stessa, in luogo del legislatore nazionale, tale controllo preventivo sulla confessione, prima di accordarle gli stessi incentivi che hanno le confessioni con Intesa.

Il che, seppure sorretto apparentemente da corretta motivazione (la Regione non può invadere la potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia religiosa), rivela tutta la sua debolezza, per il fatto che lo Stato Italiano, checché se ne dica, ad oggi ha rinunciato ad avviare la procedura di Intesa con la religione musulmana, per i motivi anzi detti, e tuttavia sono le Regioni che ogni giorno si confrontano con i problemi del territorio, ivi compresa l’edilizia di culto. Il fatto che la Regione Lombardia si fosse proposta, con la propria legge, di effettuare quel controllo preventivo che lo Stato centrale non può (o non vuole) esercitare su certe confessioni, tra cui quella islamica, non aveva finalità lesive avverso la relativa comunità lombarda, ed anzi avrebbe potuto tradursi nel godimento anche da parte di quest’ultima – ove avesse superato, per così dire, il vaglio di Costituzionalità imposto dalla predetta legge – dei privilegi (quali il contributo regionale all’edilizia di culto) che sono prerogativa solo delle confessioni con Intesa.

La decisione della Corte, quindi, lungi dall’aver risolto alcun problema, rischia invece di lasciare le comunità islamiche regionali sprovviste di tutela, in quanto quest’ultima non poteva giungere prima dallo Stato centrale (che si è finora rifiutato di stipulare con le rappresentanze della confessione musulmana l’Intesa), e non può giungere ora nemmeno da parte della legge regionale, poiché essa, essendo stata dichiarata illegittima, deve essere disapplicata. La legge di cui si tratta, denominata qualunquisticamente “anti moschea”, era in realtà una legge che, in potenza, poteva diventare “pro moschea”.

Speriamo, con la nostra analisi, di aver fornito al lettore uno strumento di lettura diverso, e soprattutto la dimostrazione che spesso, troppo spesso, le etichette date dai mass media seguono più le logiche di partito e di opinione, piuttosto che quelle giuridiche, e le cui distorsioni mediatiche possono causare danni a quegli stessi interessi che gli stessi mass media, apparentemente, dichiarano di voler preservare.




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