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Giulio Regeni: un omicidio politico commesso dai servizi egiziani

giulio regeniM.C.– A distanza di oltre tre mesi dalla sua scomparsa, i conti su Giulio Regeni continuano a non tornare.
Una storia, la sua, di torture e depistaggi, intrighi e sospetti. E se i dubbi e i quesiti si accavallano, le certezze in merito son ben poche.

Una di queste è la data della sparizione: il 25 gennaio scorso, il giovane italiano, originario della provincia di Udine, ha un appuntamento in piazza Tahir con alcuni amici. E’ un giorno particolare: si tratta dell’anniversario della rivoluzione che, cinque anni prima, aveva portato alla caduta del regime di Moubarak. Quel giorno, Regeni deve recarsi a casa di Kashek Hassamein, sociologo e intellettuale, considerato uno degli ideologi del dissenso al regime. Non ci arriverà mai: scompare nel nulla, senza raggiungere il luogo d’incontro.

Il suo corpo verrà ritrovato nove giorni dopo, il 3 febbraio, in un fossato sull’autostrada Cairo-Alessandria. Un corpo irriconoscibile, come confermerà, tempo dopo, anche la madre. Devastato dalle sevizie e dalle torture, nonostante quanto sostengono immediatamente gli inquirenti egiziani: si sarebbe trattato di un incidente stradale, forse di un omicidio passionale, probabilmente un delitto maturato in ambienti omosessuali, potrebbe essere stato ammazzato al culmine di una rapina.

Tante le ipotesi, tutte campate per aria, e il sospetto che vengano avanzate per coprire la verità diviene subito palpabile, soprattutto da noi, dove l’opinione pubblica invoca alla verità, sebbene da Il Cairo -così come in certi palazzi italiani-, si inviti il nostro paese a non far della morte del ricercatore “una questione di principio”. Il motivo è chiaro: tra le due nazioni vigono ottimi rapporti commerciali, che producono un giro di affari di dieci miliardi di dollari l’anno, di cui sette soltanto dell’Eni per giacimento di gas al largo delle coste egiziane. Incrinare simili rapporti sarebbe svantaggioso per entrambi i paesi. Ai media italiani, però, non importa: si scava sulla vita del giovane ricercatore, facendo così pressioni allo Stato affinché provveda a far lo stesso, e, pian piano, viene ricomposto in parte il mosaico, sempre più intricato, da cui spunta anche un nuovo dettaglio, importantissimo, una nuova data: l’11 dicembre 2015.

Quel giorno, Regeni si trovava ad un’assemblea convocata con l’obiettivo di riunire il fronte dei sindacati contro la riforma del lavoro. Un incontro a cui parteciparono oltre cento persone, ma il giovane ricercatore ne notò una, in particolare. Un partecipante che, munito di telefono cellulare, scattava fotografie, di cui molte proprio a Regeni. Si trattò di un caso che insospettì il giovane friulano, tanto da convincerlo a parlarne con gli amici. Due settimane dopo, poi, la polizia si presentò a casa sua, senza trovarlo.

Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni che un amico di Regeni, El Fayoun, ha rilasciato alla giornalista Paci, de La Stampa, ricordando una sua esperienza passata: “Sono venuti a prendermi a casa una sera verso le 19, hanno messo tutto sottosopra, hanno preso l’hard disk del pc, mi hanno bendato e legato le mani dietro la schiena e poi mi hanno caricato in macchina, un’auto grande, grigia. Non potevo guardare fuori dal finestrino ma ho riconosciuto la strada, stavamo andando alla borgata “6 Ottobre” e l’ho capito subito perché ho delle persone care che abitavano laggiù”, ha rivelato. “E so bene dove si trova la “prigione” in cui la “sicurezza dello stato” interroga e tortura la gente. Temo che sia lo stesso posto in cui, passando per qualche commissariato di Giza, è stato portato anche il mio amico”.

Un omicidio politico, dunque, su cui grava la pesante ombra di servizi segreti? Così suggerirebbero diversi fattori: in primis, la natura delle ferite riportate da Regeni. Sarebbe stato torturato per giorni, prima di morire. Un modus operandi utilizzato dai servizi di sicurezza durante gli interrogatori, spesso denunciato. Ma non soltanto. Nelle settimane scorse, infatti, il Ministero dell’Interno egiziano, dopo le diverse accuse presentate dall’Italia per la mancata e insufficiente collaborazione nelle indagini, ha presentato agli inquirenti di Roma, guidati dal procuratore Pignatone, un dossier completo sulle circostanze dell’omicidio“. Il fascicolo, si disse, conteneva numerosi documenti e fotografie dei servizi segreti egiziani, nonché “informazioni complete su Giulio da quando è arrivato al Cairo fino al momento della sua scomparsa e del ritrovamento del suo cadavere, sui suoi numerosi rapporti e sui suoi incontri con gli operai e i responsabili di alcuni sindacati, sui quali stava compiendo ricerche”. Di fatto, un’ammissione: i servizi segreti seguivano Regeni fin dal suo arrivo in Egitto.

C’è ancora dell’altro, in quel dossier:
“tutti i dettagli della morte degli elementi della banda presso la quale sono stati ritrovati gli effetti personali di Regeni, importanti informazioni su questa banda e sui suoi crimini, come la rapina ai danni dell’italiano ‘Davide’ alcuni mesi fa al Cairo”. Ebbene sì: perché tra i tanti depistaggi messi in atto, vi fu anche la notizia, diramata il 24 marzo dal Ministero dell’Interno e poi smentita dallo stesso dicastero, secondo cui le forze di polizia erano riuscite a neutralizzare cinque persone, appartenenti ad una banda criminale, che avrebbero avuto un ruolo nell’uccisione del ricercatore. A sostegno di ciò, il presunto ritrovamento della borsa di Regeni a casa della sorella del capo della banda. Al suo interno, oltre a passaporto e vari documenti, due telefoni, tre paia di occhiali da sole, un orologio con il cinturino rotto, un portafoglio femminile con dentro cinquemila sterline egiziane e dell’hashish.

Le perplessità, anche in questo caso, sono state subito d’obbligo. Innanzi tutto, quelle riguardanti le tempistiche: possibile che, dopo appena un giorno dall’avvio delle operazioni contro le gang, fosse stata trovata proprio quella che avrebbe ammazzato Regeni? E perché mai un gruppo di rapinatori avrebbe speso una settimana di tempo, torturando la vittima, per un semplice furto? Com’è possibile, inoltre, che un gruppo di malviventi, in tutto questo tempo, non provveda ad eliminare prove tanto schiaccianti come i documenti di Regeni, anziché conservarle? Va anche considerato che nessuno ha neanche prelevato denaro dal conto corrente del ragazzo, pur avendone possibilità, così come è emblematico il fatto che, in assenza di testimoni, le uniche prove della morte dei rapinatori, sono alcune fotografie che mostrano solamente due cadaveri all’interno di un minibus, disarmati, nonostante sul parabrezza si contino una trentina di fori di proiettili.

E quei due telefoni: possibile che nessuno si sia adoperato a tracciare le utenze, per vedere dove portavano? O forse è stato fatto: in ogni caso, l’Egitto ha rifiutato di consegnare all’Italia i tabulati telefonici relativi e le immagini video delle ultime ore di Regeni, accampando varie scuse, dalla legge alla privacy al particolare funzionamento delle telecamere di sicurezza.


Infine, l’hashish: fin dalla prima autopsia era stato chiarito come Regeni non facesse assolutamente uso di stupefacenti. Che ci faceva, allora, la droga nella sua borsa?
La stessa autopsia aveva anche confermato come Regeni fosse stato torturato per circa sette giorni, prima di esser ammazzato. Circostanze smentite tuttavia dal procuratore aggiunto di Giza, Hossam Nassar:“Sono stati i medici legali egiziani ad asportare le unghie e le orecchie per poter effettuare esami accurati”, aveva dichiarato.

Intanto, è notizia di pochi giorni fa l’arresto, da parte delle Forze Speciali, del presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf), Ahmed Abdallah. E’ accusato di istigazione alla violenza per rovesciare il governo, adesione a un gruppo “terroristico” e promozione del “terrorismo”. Soprattutto, però, è il consulente dei legali della famiglia Regeni.




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