Bangladesh e imprese italiane: non solo filantropia

Bangladesh e imprese italiane: non solo filantropia

bangladeshR.P.- Il terrorismo va condannato senza se e senza ma.

Un terrorismo che colpisce alla cieca, uccide persone innocenti e vuole far piombare l’umanità in un medioevo senza precedenti.

Quello di Dacca è stato un atto terroristico orribile e vigliacco e ha colpito vittime occidentali, tra cui nove cittadini di nazionalità italiana, tutti impiegati nel settore tessile.

E’ sempre maggiore la frequentazione delle imprese tessili nell’area del Sud Est asiatico, non senza qualche ombra. La parola sfruttamento viene ignorata o al più sussurrata: condizioni di lavoro non certo ottimali, salari bassi e impiego di minori, tutto in cambio di un maggiore profitto.

Il Bangladesh è uno dei centri privilegiati di quella che viene definita delocalizzazione.

Nel solo bimestre gennaio-febbraio 2016 il fatturato delle esportazioni dal Bangladesh verso l’Italia ammontava a 274 milioni di euro, con una crescita del 13% rispetto al bimestre dell’anno precedente.

Secondo gli ultimi dati disponibili della Camera di commercio di Milano, nella prima parte del 2015 gli scambi valevano 132 milioni di euro, di cui 80 di import e 52 di export, un valore in crescita del 94% rispetto a 5 anni fa, 64 milioni di euro in più.

A Dacca avvenne un’altra strage, dimenticata, di ben altre proporzioni, e qui il terrorismo islamico non c’entra. Nel 2013, nel crollo di una fabbrica tessile, trovarono la morte oltre mille operai, la maggior parte donne e bambini.

Un’importante marchio italiano del settore abbigliamento risultò coinvolto, in quanto azienda appaltatrice. Le foto di decine di migliaia di capi, con le etichette ben evidenti, fecero il giro del mondo, anche se i vertici dell’azienda tentarono di negare qualsiasi coinvolgimento.

Esecrabile dunque l’atto terroristico, solidarietà ai familiari delle vittime, ma parlare solo di filantropia, volontariato o amore verso quella terra, significa nascondere la realtà.

Alcune stime economiche hanno verificato che sui capi di abbigliamento prodotti tramite subappalti nel sud est asiatico le grandi marche riescano a ricavare un profitto di oltre venti volte il costo pagato alla fabbrica che esegue il lavoro.

Una polo ad esempio, venduta in Italia a 80 euro ne costa appena 4, 5. Di questi una parte misera finisce ai lavoratori, pagati meno di 2 euro al giorno.

Per tacere di quanto questo fenomeno stia devastando il settore tessile in Italia, intere aree industriali, ad esempio la zona di Prato, sono diventate città fantasma, imprese fallite e riconvertite ad essere una sorta di intermediari che delocalizzano all’estero i semilavorati per poter poi apporre il marchio Made in Italy per conto dei grandi gruppi.

Questi sono fatti, responsabilità ben precise, così come è assodato che in Bangladesh ci siano migliaia di lavoratori sottopagati.

Di ciò le imprese italiane sono perfettamente a conoscenza, la filantropia è altra cosa.

 




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