Amatrice: nuovo processo alla (inco)scienza

Amatrice: nuovo processo alla (inco)scienza

amatriceStefano Mimmo– Le Procure di Ancona e di Rieti, dopo il terremoto che ha scosso oltre al centro Italia l’intero paese, hanno aperto un fascicolo di indagine per appurare se esistano responsabilità individuali che abbiano causato, o quanto meno aggravato, la portata mortale del sisma.

Superato lo shock e il lutto iniziale, mentre sui blog e nelle tribune politiche di ogni dove impazzano le recriminazioni, gli inquirenti cercano di raccogliere quanti più elementi possibili, esaminano i piani regolatori, intervistano persone addette alla messa in sicurezza di edifici che sono crollati miseramente, ascoltano gli ”addetti ai lavori” per capire se vi siano state condotte umane che abbiano concorso a causare, o peggio abbiano causato, la morte di 240 e oltre persone.

Per triste ironia della sorte, il disastro di Amatrice è avvenuto esattamente a 5 mesi di distanza dalla Sentenza di Cassazione (24 marzo 2016) che ha messo la parola “fine” alla vicenda giudiziaria scaturita dal terremoto che nel 2009 ha colpito L’Aquila.

Pochi giorni prima della scossa che il 6 aprile 2009 uccise all’Aquila 309 persone, uno scienziato della Commissione Grandi Rischi presso la Regione Abruzzo, aveva rassicurato in tv la popolazione circa la “normalità della situazione”, richiamando la tesi dello “scarico di energia” – peraltro assai contestata nell’ambiente scientifico – da parte dei fabbricati per conferirle un significato propizio, ed aveva successivamente aggiunto come in quel momento non si attendessero fenomeni sismici d’intensità maggiore a quelli già verificatisi.

Tale imprudente propalazione pubblica di comunicazioni mediatiche dal contenuto avventatamente rassicurante”, integrando una condotta negligente ed imprudente, aveva, come era prevedibile, indotto la cittadinanza a tralasciare le tradizionali precauzioni fino a quel momento osservate, così esercitando sulla popolazione, secondo la Suprema Corte, una sicura “efficacia causale” sulla decisione di rimanere in casa dopo le prime due scosse di terremoto che precedettero di poco la scossa distruttiva delle ore 03.32. Lo scienziato è stato quindi condannato in via definitiva per delitto colposo.

Il caso ora citato merita di essere esplorato e messo a confronto con quanto successo ad Amatrice. Ci si deve domandare, infatti, che cosa doveva essere fatto ad Amatrice per diminuire se non scongiurare le conseguenze mortali del sisma, e che non è stato fatto (per esempio mettere in sicurezza la scuola pericolante).Inoltre, che cosa, di ciò che è stato fatto, non doveva essere fatto (ad esempio inserire nei muri degli edifici il polistirolo e la sabbia, al posto del ferro e del cemento). Soprattutto, occorre domandarsi se tali condotte abbiano aumentato, o addirittura causato, la morte di tante persone.

In termini giuridici, possiamo dire che una condottaumana ha causato un certo evento – quindi che essa si pone in relazione di efficacia causale con un evento lesivo di un bene giuridico (ad esempio la vita) – quando tale condotta si pone quale condizione necessaria per il verificarsi dell’evento stesso, di per sé valevole ad escludere qualsiasi altra condotta dal rapporto di causalità.

Per condannare l’autore di quella condotta, è necessario che il nesso di causalità tra la condotta (mettere il polistirolo nei muri) e l’evento (la morte per crollo dell’edificio) venga provato “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Per ottenere tale rigorosa prova occorre che il Giudice operi il cosiddetto “giudizio controfattuale”, secondo criteri che la giurisprudenza richiede essere dotati di “elevata credibilità razionale”.

Il giudizio controfattuale consiste in ciò: il Giudice, che naturalmente opera dopo il verificarsi dell’evento (il crollo dell’edificio e la morte dei suoi abitanti), deve riportarsi mentalmente al momento di compimento della condotta (il muratore che inserisce il polistirolo nel soffitto o nel muro), eliminare tale condotta, ossia darla per non compiuta, e provare a vedere se l’edificio colpito dalla scossa sarebbe crollato lo stesso.

Se risponde affermativamente, vuol dire che quella condotta da sola non bastava a causare il crollo, non era cioè in rapporto di efficacia causale con l’evento crollo-morte.

Se invece risponde che l’edificio non sarebbe crollato, allora la condotta di mettere il polistirolo nel muro è stata condizione necessaria al verificarsi del crollo, è cioè in rapporto di causalità con l’evento, e pertanto il muratore risponderà di concorso in omicidio colposo.

Tuttavia la messa in atto del giudizio controfattuale è opera molto molto complessa. Se infatti in taluni casi il giudizio sul nesso di causalità (o controfattuale) è sostenuto da leggi scientifiche per così dire “universali” (la mela di Newton ad esempio: la mela cade per via della forza di gravità), può accadere in alcuni casi che le leggi scientifiche non bastino a provare una responsabilità – e quindi un nesso causale – “oltre ogni ragionevole dubbio”. Occorre poter affermare con certezza che l’edificio è crollato per via del polistirolo che non ha retto la scossa sismica. Inoltre, è necessario definire il grado di tale certezza. La legge richiede, per poter condannare, un grado di certezza approssimabile a cento. Se tale grado di certezza non può essere raggiunto tramite leggi scientifiche, la giurisprudenza della Cassazione consente di rifarsi a leggi di tipo statistico-probabilistiche per spiegare il nesso causale. Bisogna stabilire quanto è probabile, sulla base delle massime di esperienza e dei precedenti statistici dello stesso tipo (vedi L’Aquila), che il polistirolo sia stata la sola ed unica causa del crollo dell’edificio, e quindi della morte delle vittime.

La Cassazione, con la recente pronuncia su L’Aquila, è andata ancora oltre: ha parlato di causalità psichica.

Lo scienziato che tranquillizzò la popolazione aquilana è stato condannato, si badi bene, non per la mancata previsionedella scossa letale, bensì peravere propalato una comunicazione mediatica rassicurante, che proprio perché proveniva da uno scienziato è stata presa a tal punto in considerazione da indurre le persone a non uscire di casa dopo le prime avvisaglie, così causandone la morte.

Se infatti il lavoro intellettuale dello scienziato non può mai essere messo sotto accusa – afferma la Suprema Corte -, certamente invece non va esente da colpa l’avventatezza, l’imprudenza, l’imperizia nel comunicare gli esiti della ricerca scientifica. E ciò proprio perché, provenendo le rassicurazioni da soggetto titolato, è più “probabile” che esse siano prese sul serio, con conseguente messa in atto di comportamenti pregiudizievoli quali, per appunto, quello di non uscire di casa dopo le prime scosse sismiche.

Non sappiamo quali saranno gli esiti dell’indagine in corso ad Amatrice e dintorni, ma una cosa è certa: dopo questa Sentenza della Cassazione i Giudici, nel ricercare le eventuali responsabilità dei soggetti “addetti ai lavori” e nel ricostruire il nesso di causalità, dovranno contemplare anche la causalità psichica.

Il che lascia qualche perplessità, se non altro per la difficoltà di correttamente interpretare i meccanismi cognitivi e psichici che restano all’interno della persona, e per ciò stesso sottratti al dato naturalistico, nonché per la più difficile decifrabilità del grado di permeabilità e influenzabilità dei processi decisionali individuali da parte di scorrette comunicazioni sociali del rischio.

 




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